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venerdì, agosto 24, 2007



M.P. e il senso della vita


M.P. certe volte se lo sentiva che il senso della vita era lì lì per rivelarlesi. Si era trovata sulla soglia del mistero dell’uomo finito gettato nell’universo non si sa bene a che pro e per il divertimento di chi almeno una mezza dozzina di volte. Di solito accadeva quando il tempo meteorologico non era proprio bellissimo: anzi, il presentimento prendeva consistenza preferibilmente con una certa percentuale di umidità nell’aria. Ma non afa, attenzione. Bisognava che l’umidità fosse accompagnata da almeno un sospiro di brezza, e ci voleva almeno una pianta, intesa come vegetale, entro il suo raggio visivo. Meglio se con una o più gocce d’acqua appoggiate o pendule su foglie lanceolate, dal margine liscio, penninervie, picciolate, semplici. Ma non tipo oleandro: molto più piccole e cedevoli. Molto probabilmente ci sarà stato un nesso anche con l’oroscopo della settimana o del giorno, ma usare l’oroscopo come chiave per scardinare il mistero del senso della vita le era sempre sembrato una petizione di principio, e quindi la regolarità nella ricorrenza delle congiunzioni astrali, ammesso che ci fosse stata, M.P. non si è mai degnata di registrarla come fenomeno scientifico.
Caratteristica comune, sul piano della percezione, era un senso di nausea improvviso. Non esattamente una nausea da mal di mare o mal d’auto, e nemmeno da eccessivo ingerimento di cibo o da postumi di sbronza. Piuttosto una nausea da primo trimestre di gravidanza. Una nausea gravida di promesse, una nausea che allarga lo stomaco, e l’anima in esso contenuta, fino a ricoprire lo sterno, l’inguine, le braccia e le gambe e a debordare anche un po’ sul sofà; fino a modificare consistenza e funzionamento di bocca naso occhi orecchie. Tant’è che una volta le era sembrato di ruminare un’aiuola di viole del pensiero; un’altra di farsi una pista di curry tagliato con troppo gelsomino; un’altra ancora di sentire dei laziali burini parlare di calcio; e infine, stando a quel che si ricorda anche sua madre, di aver visto un angelo rosa e azzurro, alto un tavolo o poco più. Il tatto non era il suo forte, ma contava, prima o poi, di averci anche lì una qualche percezione da registrare come fenomeno scientifico.
Il problema della soglia della rivelazione non sta nel fatto che essa (la soglia) sia difficile da raggiungere (informatici, giornalisti, bibliotecari, docenti, imprenditori, studenti, nullafacenti, smanettatori, portaborse, economisti, medici, poeti, pr e br le avevano raccontato di averlo fatto in scioltezza anche più di una volta); il problema, dicevamo, è che la soglia rimane aperta soltanto il tempo che tu resisti lì, sotto i flash degli ø¤≈œ, senza batter ciglio, e con l’aggravante della nausea. Ed è un tempo nanomicrocentellinare anche per i campioni di fondo nella disciplina dello sgranamento oculare. E comunque si tratta di una specialità pericolosissima, che fa più morti del sabato sera, della follia omicida di fidanzati e mariti (ed ex fidanzati e ex mariti), e del base jump.
“Esiste una buona evidenza sperimentale che ci permette di ipotizzare una significativa correlazione tra il tempo trascorso a occhi spalancati e il decesso di un individuo. Infatti, nella maggior parte casi da me esaminati (direttamente in famiglia o in ricostruzioni cinematografiche molto rigorose), i morti mostravano l’occhio sbarrato. Pare inoltre che spesso nemmeno un repentino intervento di soccorso a chiudere le palpebre sia in grado di riportare l’organismo alle consuete funzioni vitali”. M.P. concluse con questa annotazione la relazione scientifica sul fenomeno scientifico della rivelazione del senso della vita e decise di abbandonare ogni successiva ricerca scientifica sull’argomento, pensando che la scienza non è poi così inutile se riesce almeno a dissuaderti da comportamenti troppo imprudenti.

tulipani | 12:25 | commenti (46)