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lunedì, giugno 11, 2007



Fermare i cervelli in fuga
 
Nel palazzo dei mèntori, in ogni spazio lasciato libero dall’arredo, dalle macchine e dalle cianfrusaglie crescono stalattiti e stalagmiti gommose color verde rospo semiopaco, digradante al giallo rospo ambrato là dove la materia gommosa s’assottiglia.
Appena entri sei immerso nei vapori ritmati della sala macchine, dove stamattina echeggiano boati assordanti di eruzioni moka accompagnati da fiammate al cardamomo. E poi il pulsare del maglio e il tintinnare dei mestoli.
Attraversando un corridoio sopraelevato pavimentato a scacchi (mattonelle di acido Jaluronico solidificato a freddo alternate a mattonelle di diossido di titanio saldato a piombo), si raggiunge la sala Libagioni, normalmente chiusa a sette mandate, ma aperta oggi al selezionatissimo pubblico di discepoli ed ex discepoli per celebrare il successo di André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, che giusto l’altroieri, al MIT, hanno acceso una lampadina a distanza, senza fili, senza pile e senza barare, e hanno pure scritto un bell'articolo su Science.
Quasi a replicare la parabola del figliol prodigo (che però nessuno dei presenti conosce – a parte Oreste Lomonaco, il decano – per via della separazione precoce dei curriculum formativi), si è allestito un sontuoso campo magnetico degno di un banchetto nuziale, roba che al MIT se lo sognano, commentava Oreste tra sé e sé, consapevole della perfidia della trovata.
Sul tavolo di ferro e formica, scenograficamente isolato contro uno sfondo di lenzuola bianche intonse, sono allineati 43 calici assolutamente identici, anche per quanto riguarda peso atomico e induttanza pissile.
- In onore dei nostri ragazzi, dei nostri monelli di un tempo, che oggi sono stati così magnanimi - e sottolinea magnanimi con un tratto di dispetto – da farci visita, propongo oggi una riedizione di lusso dell’Indovinovino, una delle nostre più nobili ricreazioni che tante volte abbiamo svolto in cantina per ingannare il tempo nei pomeriggi assolati. Ricordate?
La voce di Oreste si disgrega in una frattura nostalgica in prossimità del punto interrogativo, ma in una manciata di nanosecondi riprende forma e conclude: - Si dia inizio al trastullo!
La notizia getta molti dei presenti nel panico. Altri ridacchiano imbarazzati. Sono pochissimi quelli che gongolano (seppure furtivamente), immaginando la gloria di una nuova vittoria.
- Vi ricordo le regole: 5 sorsi per indovinare nome e annata, e descrivere il bouquet senza dire bouquet, violetta, fermo, pesca, retrogusto, bruno, terroso, rotondo, paglierino, robusto, tramonto, aristocratico, complesso, legno, sottobosco, frutta matura, melato, piccante, spiritoso, asciutto, allegro, selvaggina, rosa antico, rubino, vivace, foglie, castagna, erbaceo, speziato, tannico, equilibrato, persistente, abboccato, limaccioso, e tutte le altre parole che sono già state dette finora nella storia dell’Indovinovino.
I 43 calici vengono riempiti da un barman acrobatico in livrea metal che maneggia con insospettabile devota delicatezza una quindicina tra beute e becher effondenti effluvi alcolici. Tutti sorseggiano, controllati da un misuratore sismico a vetro sensibilissimo, inserito nel gambo del calice (qualcuno potrebbe barare, e fare sei o addirittura più sorsi).
Inizia a parlare Leandro Solicito, il più diligente:
- Ruchè, 2004, forte (oooh, ma come? Nessuno aveva ancora detto forte? No, nessuno. Eh, lui ha una memoria di ferro, e poi prende sempre appunti), vigoroso (ma pensa!), ruvido al palato, si addolcisce in un’ottomana di mirtilli prima di essere deglutito. Ottimo per accompagnare i dolci.
Un po’ didascalico ma bravo.
Tocca a Franz Capioca, l’irriverente:
- Bonarda, 2006. E ora il mazzo (ooooh!): scapestrata puttana frizzante, rossetto da labbra, ti penetra senza smussarsi, si allappa danzando al velopendulo. Perfetta per accompagnare il letto.
Un po’ sopra le righe ma bravo.
Tocca ad André Kurs, uno dei festeggiati. Tossisce come per schiarirsi la voce e tutti si voltano rispettosi (e festeggianti). Ma André si accascia di botto, un sol colpo di teatro all’unisono con Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher e Marin Soljacic. (oooooooh!).
Oreste invita gli invitati a mantenere la calma, e perlustra sornione i sei cadaveri. Con il rivelatore di vinile fossile è uno scherzo trovargli addosso il registratore di pensieri. Come immaginavo - pensa il decano, in fondo orgoglioso della valentia di questi suoi discepoli troppo intraprendenti - sei registrazioni identiche e impeccabili, risalenti, secondo più secondo meno, a due minuti fa.
Batte le mani:
- Signori, silenzio, vi prego. Un momento di attenzione, il gioco continua. Tocca ad André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, i primi della classe di sempre.
E poi, leggendo da una delle sei registrazioni identiche:
- Pioggia acida, 1986. Particolato di ddt in mantecato arsenicoamiantifero. Asfittico, ronzante di vespe, si evolve in un sospetto di cicuta in concentrazione 0,17. Perfetto per accompagnare una vendetta.

tulipani | 15:34 | commenti (39)