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Tutti questi libri intorno mi disorientano, per non parlare degli hot dog
La scorsa settimana si è concluso nella mia città il Salone di un libro, kermesse per lettori analitici. La manifestazione quest’anno si intitolava Aliti recintati, e francamente più di uno si è chiesto che cosa volesse dire. Però, siccome una volta entrati le cose da fare erano tante e parecchio impegnative, alla fine tutti si sono dimenticati di chiedere agli organizzatori l’origine del titolo.
All’evento quest’anno hanno partecipato, uno alla volta, trentadue visitatori (dati della questura, ma quelli del backstage rivendicano numeri a una sola cifra), selezionati fra un pubblico di lettori di livello avanzato rotti a qualsiasi esperienza ermeneutica.
Ora si dà il caso che io sia potuta entrare al posto di uno di questi superlettori. Nessun inciucio: ho semplicemente rinvenuto sul marciapiede di via S. Antonio un invito presumibilmente smarrito da una certa Zigrida Latvijas e ne ho approfittato (tra parentesi mi sono anche messa a sorridere tra me e me dicendomi che S.Antonio con i lettoni funziona un po’ al contrario, che invece di fargli trovare la roba gliela fa perdere).
L’invito era per le 6.49 di mattina di venerdì 11 maggio, in un box auto in Barriera di Milano (luogo dell’evento), con possibilità di parcheggio gratuito nel cortile del Lidl adiacente. Non sto qui a raccontarvi di come la città sia fresca e deserta e ancor più bella a quell’ora, e di quanto ti faccia pensare che puoi cambiare tutta la tua vita proprio a partire da oggi, basta volerlo e smetterla di dormire. Insomma, uno arriva dopo questo viaggio iniziatico e parcheggia con un’ampia e regale sterzata in un cortile deserto a parte una manciata di piccioni e una di centroafricani che ancora riposano (chi sulle due panchine, chi in terra). All’ingresso del box, ti accoglie amichevolmente uno stewart in abiti informali. Per la precisione: giacca da meccanico, pantaloni da pasticcere, grembiule da fabbro. Probabilmente per sottolineare il fatto che il lettore è anche lui un po’ un artigiano e plasma e modella e costruisce, e di pensione, se mai ci arriverà, prenderà una miseria.
Nel piccolo antibox, a cui si accede una volta che sia stata sollevata la pesante saracinesca sulla quale è riportata la scritta Aliti recintati in vernice spray, ti viene chiesto di spogliarti completamente e di spegnere il cellullare. Via anche la catenina e gli orecchini, se li porti. Poi, finalmente, lo stewart ti accompagna nel locale principale, totalmente buio, tranne che per un raggio di luce che filtra dal soffitto incrinato e raggiunge preciso la copertina del volume presentato quest’anno: Colfiorito: un parco per il tarabuso. In quest’atmosfera raccolta, in questo recinto meditativo alitato da un grande ventilatore a soffitto, un esegeta simpatico e con la voce di De Andrè ti intrattiene due giorni esatti e ti racconta di come il volume abbia 110 pagine, sia alto 27 centimetri, pesi 476 grammi, e di come l’autore (anche delle immagini) Giulio Cagnucci abbia una volta bruciato per errore nel camino la lista della spesa che la vicina aveva dimenticato dentro a un vecchio numero dell'Espresso che gli aveva riportato dopo averlo tenuto in prestito per qualche giorno. Questo oltre ad altri infiniti e interessanti dettagli della sua vita privata che hanno avuto influenza nel determinare i suoi interessi e la sua cifra stilistica. Le 110 pagine scorrono veloci, nonostante si analizzino tutti i periodi e si mettano i puntini su tutte le i, ed è così grande la passione che ti si sprigiona dentro che già ben prima di arrivare a metà dell’esperienza provi un desiderio irrefrenabile di sposarti (o almeno di congiungerti carnalmente) con Cagnucci, di trasferirti in una palafitta a Colfiorito e di mangiarti un tarabuso. Naturalmente mangiare in senso affettivo, perché la possibilità di mangiare veramente nemmeno ti sfiora il pensiero, visto il rapimento.
Quando vai via, la maggior parte delle volte ritrovi catenina, vestiti e orecchini, ma è lo stewart a rincorrerti per farteli indossare, perché normalmente tu arrivi alla macchina ancora nudo, sfogliando avidamente il libro che hai comprato, leggendo e rileggendo capoversi particolarmente spassosi o polisemici. Al centroafricano che si sveglia e ti fa un cenno, regali sorridendo il telefonino ancora spento.
tulipani |
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