Affinamenti successivi


mercoledì, giugno 08, 2005



Titolo 4. Del pudore, ovvero della libidine sollecitata e puntualmente repressa nella mente e financo nello spirito del lettore, il quale, per riuscire a capire se Castorp ha trombato o no deve leggere tra le righe, e soprattutto tra le pagine e pagine, alla ricerca di qualche forbito e pudico eppure torbido riferimento al corpo, del tipo “Be’, ingegnere, era buona la melagrana?” e dopo una quarantina di pagine – che contano per 100, visto che dal momento topico sono ormai passati mesi nel tempo diegetico e giorni e giorni e giorni nel tempo reale di te che stai leggendo e che non hai mica solo questo da fare – “estraeva talvolta dalla giacca il vitreo regalo che vi conservava, entro una busta foderata, nel portafoglio: una tavoletta che tenuta parallela al suolo sembrava nera, specchiante, non trasparente, sollevata invece contro la luce del cielo si illuminava e rivelava cose umanistiche: l’immagine diafana del corpo umano, l’impalcatura delle costole, la figura del cuore, l’arco del diaframma e il mantice dei polmoni, nonché l’ossatura delle clavicole e dell’omero, il tutto circondato dal fumoso involucro della carne, che nella settimana di carnevale Castorp aveva irragionevolmente gustato”; ma gustato come, diobono, che il gustare ha un miliardo di gradazioni, proprio come i decimali del pi greco e sai benissimo, caro il mio Thomas, che noi qui ti si riesce a leggere soltanto perché ogni tanto riesci a crearci l’illusione che in realtà la M.I. sia un romanzo erotico?

 

 

Subunità 4. La M.I. non trascura l’iniziazione sentimentale del protagonista, tema affrontato da Mann in modo finemente misurato innescando anche questa volta il meccanismo di duplice complicità (da un lato con il protagonista del suo romanzo e dall’altro con il lettore) –  meccanismo esibito più volte in parti che potremo chiamare metanarrative, in cui la narrazione viene sospesa per lasciare il posto a considerazioni sull’economia della narrazione stessa – che porta in primo piano la figura del narratore quasi onnisciente, il quale si assume però palesemente la responsabilità di dire o tacere, affermando che la sua scelta dipende fra l’altro da motivi di discrezione nei confronti del protagonista ma anche, con sottile ironico sadismo, cercando il ragionevole assenso del lettore, al quale, facendo appello alle componenti più alte e razionali della di lui psiche, nega di fatto la possibilità di rivendicare la sua meschina ancorché legittima curiosità.


tulipani | 11:43 | commenti (88)


martedì, giugno 07, 2005



Titolo 3. Della mollezza, ovvero di quello smidollato di Castorp, ingegnere di medio calibro, ingegno di media bellezza, che potrebbe cominciare una carriera di mezzo successo ai cantieri navali (mezzo successo è poco? provate ad avercelo voi, provate), finalmente facendo qualcosa e diventando adulto nel suo mondo giù in pianura, magari anche sposando una brava ragazza che lo aiuti a stare un po’ all’onore del mondo in una vita a testa coperta, e invece cala le braghe davanti a qualche milligrado di febbre e all’idea di una petite tache humide dentro i polmoni, e si toglie il cappello testa lassù a Davos-Dorf e mi sta a prender freddo su un’eccellente poltrona a sdraio sul balcone, d’estate e d’inverno, con la scusa del placet experiri, che mia zia Anna gli direbbe car el me pupil d-la vita, tre guère a-i’ndaria, tre guère, una ’nsima l’autra, altruché

 

 

Subunità 3. Hans Castorp, il personaggio principale del romanzo, messo a nudo nei suoi meccanismi psichici con crudele e tuttavia affettuosa ironia dall’autore, è un ingegnere da poco laureato, figlio della borghesia tedesca dei primi del ’900, che si lascia di buon grado sequestrare in una sorta di prigione dorata montana chiamata Interneten-Berghof, e così sospende il suo contatto con la pianura e riduce il suo personale orizzonte agli altri dissoluti di lassù, procrastinando il suo ingresso nel mondo adulto e dilatando la sua personale linea d’ombra quanto indolenza e denaro gli consentono


tulipani | 09:38 | commenti (7)


lunedì, giugno 06, 2005



Titolo 2. Del ritmo, ovvero del fluire e dell’arrestarsi e ristagnare del tempo, cosicché non ci si acclima mai –o al più ci si acclima al non acclimarsi–, ed è una continua frizione tra le attese del lettore e il dipanarsi del racconto, il quale racconto, tanto per fare un esempio, ti attira, a intervalli assolutamente irregolari, in un gorgo improduttivo di dispute cosiddette pedagogiche che continuamente contrappongono il tignoso Settembrini e l’orribile Naphta, dei quali pare chiara la rispettiva posizione razional-illuminista e mistico-romantico-idealistica, salvo il fatto che, sempre per amor di sana disputa per carità, le rispettive asserzioni si ribaltano di pagina in pagina confondendo te più di Castorp, magari proprio la sera che hai detto ooh, ecco, adesso mi leggo una decina di pagine veloci che magari domani mi chiama la Giusy per sapere se Castorp allora con la Chauchat ci ha provato o no.

 

 

Subunità 2. La Montagna Incantata è un testo prevalentemente narrativo; tuttavia la prospettiva diacronica si fissa a tratti nella sincronia del saggio, monodico o dialogico, nel quale si esplorano soprattutto i temi filosofici dei grandi dualismi corpo-spirito e libertà-necessità, senza però tralasciare argomenti prettamente scientifici come il pi greco, la quadratura del cerchio, i bioplasti e la fattura dei sigari.


tulipani | 09:39 | commenti (11)


venerdì, giugno 03, 2005



Titolo 1. Della lunghezza, ovvero del fatto che, volenti o nolenti, il tema del tempo, accarezzato, blandito, stuzzicato, chiamato in causa nelle sue relazioni più intime con lo spazio nella M.I., non può, nella lettura, che gonfiarsi e curvare, –un po’ come già Albert prima di me aveva intuito–, e produrre quell’effetto di straniamento che quando esci dalla curva stai ancora tutto piegato, e ti senti storto e ragnesco poniamo come Naptha anche per giorni e giorni e giorni, e non so se dipende da quello, ma mi sembra, quando corro, di caricare di più la gamba destra che la sinistra

 

 

Subunità 1. La Montagna Incantata dura per 1200 (milleduecento (MILLEDUECENTO)) pagine (PAGINE, non parole) caritatevolmente compresse in circa 676 nell’edizione Corbaccio (fonte alla quale l'autrice ha attinto la materia prima per il suo saggio).


tulipani | 09:16 | commenti (6)



Ritorno in pianura

Ho finito la Montagna Incantata. Questo è un dato di fatto che a voi, nella vostra economia spicciola o di grosso taglio, non cambia pressoché nulla. Può darsi al massimo che questo dato di fatto vi abbia provocato un improvviso prurito al naso, ma voi ve lo gratterete, il naso, come se si trattasse di un prurito qualsiasi, altrimenti determinato. Oppure vi sarà cascato, tranciato di netto, un capello sulla spalla, ma figuriamoci se, attenti come al solito soltanto al vostro telefonino, ne avrete avvertito il tonfo.

Dirò subito che la Montagna Incantata, probabilmente di concerto, in qualche piano misteriosamente combinato, con la botta in testa di cui al post del 6 marzo c.a., per me sarà da annoverarsi tra i più fertili traumi, in grado persino di far declinare per sempre le mie generalità per farmene assumere di eteroclite o comunque eterogenetiche (a proposito, andate tutti per favore a votare sì ai referendum).

Nel caso specifico, comunque, ritengo che i miei eventuali cambiamenti siano essenzialmente affari miei, e quindi passiamo direttamente a quello che, pur non avendo avuto l’accortezza di dichiararlo fin dall’inizio, è il vero e a questo punto manifesto obiettivo di questo mio scrivere: fornirvi la recensione critica più acuta, penetrante ed esaustiva dell’opera che si sia mai letta.

Per ragioni innanzi tutto di decenza, a proposito delle quali credo di poter contare sulla vostra comprensione, suddividerò la complessa materia in subunità più facilmente edibili (ooooh, edibili!).  Procederò quindi per frasi, fissando al punto fermo il limite del mio pensiero. Vi prometto che nelle subunità rinuncerò a ogni riferimento personale e a ogni suggestione che non abbia i requisiti della più cristallina scientificità.

Lo sviluppo del discorso, di cui a priori nessuno –nemmeno le mie amiche più strette– riesce a tutt’oggi a prevedere l’estensione, sarà scandito da titoli che ne marcheranno  l’articolazione.

Non siate impazienti: la prima subunità arriva tra quindici secondi netti.


tulipani | 09:06 | commenti (5)