Affinamenti successivi


domenica, novembre 30, 2003



Outsourcing con struzzi

 

Questa sera sono andata a cena con amici. C’era un operaio specializzato che mi raccontava che la sua azienda metalmeccanica l’aveva distaccato in una sede di fortuna, dove un capannone attrezzato era sopravvissuto accanto a un allevamento di struzzi, diventato attività principale dei proprietari del capannone (nonno, figlio e nipote: tutti uomini, e tutti abbandonati dalle donne), che si erano rotti le balle della fabbrichetta. Questo mio amico pare pieghi alluminio e modelli profili e filetti cose, cancelli, roba da uomini che non ho capito perfettamente. Da solo in questo capannone deserto e senza riscaldamento. Vicino al recinto degli struzzi.

Mi ha colpito il fatto che in questo capannone ai confini del paese, forse già sulla prima risaia, devi stare attento perché un gallo ti assale improvvisamente saltandoti sulla schiena mentre ti infili sotto in un posto, mentre sei cioè piegato in due e smadonni a cercare cose di alluminio, filetti caduti, viti, roba già piegata o da piegare. Questo gallo ti dà delle botte sulla schiena perché è incazzato che gli hanno tolto le galline (il motivo per cui gli sono state tolte le galline non sono stata così pronta da chiderglielo).

Il mio amico è stato anche lui lasciato dalla moglie, e a alle 11 circa del mattino esce dal capannone di nascosto dalla sua azienda e va a prendere una padella di pastasciutta a casa sua, dalla rumena, e la porta lì dove ci sono gli struzzi e tutti questi uomini soli. Una pastasciutta calda. Sono tutti contenti e l’azienda ignara ci perderà anche un’ora di lavoro e un’ora di affitto del capannone, ma così quattro uomini si scaldano il cuore a mezzogiorno, e lei anche senza volere si guadagna un pezzettino di paradiso. Quindi, eventualmente, se ne stia ben zitta, anche perché se non era per il mio amico che ha trovato lui il capannone una sera a cena parlando con gente al bar, si continuava con la trasferta a Mosche, impresa nata in perdita e senza futuro.

Infatti, prima di trovare questa rarissima tecnologia nel capannone degli struzzi, il mio amico viaggiava ogni giorno fino a Mosche per piegare una cosa che poi doveva tornare a controllare e misurare in azienda mangiandosi chilometri e chilometri di strada, anche con la nebbia, perché a Mosche non la si poteva misurare. Senza contare che a Mosche non erano niente gentili e che magari arrivavi lì e le macchine erano tutte occupate e dovevi aspettare che finissero loro per cominciare tu.

Lunedì mattina il mio amico è in trasferta in Veneto, a Borgo Rusco, che lì c’è il padrone di una fabbrica che è anche padrone di tutto il paese e in particolare anche della pensione che lo ospiterà e dove si sta come in famiglia. Ci andrà con il Berlingo aziendale.

 

Non vi dico dove abita il mio amico e dove ha sede la sua azienda perché questo è un blog animato da spirito illuministico e impostazione scientifica, e non vorrei che mi cadeste questa volta nella trappola del complotto toponomastico.


tulipani | 02:07 | commenti (20)


giovedì, novembre 27, 2003



I praticoni del significato

Esiste in filosofia del linguaggio una teoria che sostiene che il significato di una espressione è dato dal modo in cui questa espressione viene usata, dall’insieme delle "circostanze d’uso".

Io, cioè, da bambina, imparerei ad esempio il significato di tavolo osservando che cosa succede quando mia madre dice a mio padre "prepara il tavolo, per favore". Se sono fortunata, mio padre prepara il tavolo e io mi faccio un’ipotesi di che cosa sia un tavolo, di che cosa voglia dire preparare, eccetera. Ipotesi che avrò modo di verificare sentendo usare in futuro le stesse parole nella stessa combinazione, o in combinazioni simili, o del tutto diverse (Spicciamoci prima che il tavolo a libro di zia Virginia se lo fotta quella cretina di tua sorella. Per colpire la pallina non devi appoggiarti sul tavolo con tutto il corpo. Vorrei tanto prenderti sul tavolo. Eccetera). Se invece mio padre in quell’occasione va al cesso e si porta il giornale, diciamo che sarò stata meno fortunata, ma prima o poi capirò lo stesso, proprio perché prima o poi sentirò altre frasi che usano preparare, tavolo, cesso, defecare (ok, per defecare dovrò aspettare il liceo, ma magari esistono altri sinonimi che al momento non mi vengono), giornale, magari anche stronzo (che se lo dice mia madre quella volta lì non imparo né tavolopreparare, ma sarò molto più avanti dei miei coetanei avendo potuto fare fin da piccolissima solide ipotesi sul significato 1 della parola).

Insomma, questa era la premessa per giustificare innanzi tutto a me stessa (ma anche un po’ per giustificare a voi), il fatto che io sono arrivata fino a vent’anni compiuti con la convinzione che volitivo volesse dire volubile, e forse ne avevo persino trenta quando ho scoperto che stucchevole non voleva dire stupefacente (mi hai lasciato di stucco). Questo è successo perché uno quando legge, soprattutto se è piccolo (io da piccola ho letto moltissimo ma moltissimo, poi c’è stato un buco enorme dai sedici ai trent’anni che vi spiego un’altra volta), mica va a prendersi il dizionario ogni due righe. Legge, capisce all’ingrosso, fa delle ipotesi sulle parole, le rincontra, perfeziona le ipotesi, e così via. Bene: vi posso garantire che in ventitrent’anni di vita e in almeno duecento libri tutto scorre serenamente anche nell’ipotesi che volitivo voglia dire volubile e che stucchevole voglia dire stupefacente.

Ho ancora un pugno di parole che mi sono sempre ben guardata dall’andare a cercare sul dizionario. Di quelle belle parole che appartengono all’ambito della descrizione e quindi non ti cambiano il senso delle storie (che invece sono cosa narrativa) e così ti puoi divertire a immaginartele come ti pare. Sono anche un po’ emozionata, ora che le devo scrivere, e questo perché non le ho mai scritte proprio per la consapevolezza della conoscenza (nella migliore delle ipotesi) soltanto approssimativa del significato.

Quelle che mi ricordo sono: dinoccolato, allampanato, segaligno, azzimato.

Dinoccolato per me è uno che ha le articolazioni grosse e sporgenti (nocche delle dita evidentissime) e si muove come uno troppo lungo e disorganizzato.

Allampanato è uno che ha le estremità scampanate. Gambe a zampa di elefante, testa a ombrello, mani palmate.

Segaligno è uno dritto e duro come il bastone di una scopa (scopa di saggina: è fondamentale).

Azzimato è uno brizzolato, esile e stanco.

Ora sono anche disposta a credervi se mi dite che le cose non stanno esattamente così. Io però da parte mia posso assicurarvi che queste ipotesi, nella mia esperienza, non sono mai state smentite dai fatti.


tulipani | 11:17 | commenti (56)


martedì, novembre 25, 2003



Nightmare before Christmas

 

Tremava. Avvolta in foglie di panico a una a una ghiacciate su misura dal fiato bastardo di dicembre.

Fredda e nuda, le spalle sollevate e tirate in avanti a conchiglia. Le braccia incrociate a indicare il centro del bersaglio sul cuore.

 

- Come sei arrivata fin qui, Angela?

 

Sembrava si intestardisse a tener ferme le labbra che le vibravano blu di freddo.

 

- Non credi che adesso possa bastare? Chiamo un dottore?

 

Lei rimaneva accucciata in fondo al giardino, in fondo al sentiero, alla fine della sera. Non credo sentisse più le dita.

 

- Senti le dita? Prova a muoverle.

 

Mi guardava oltre. Guardava dietro di me, mi metteva a disagio, rovistava nel nostro passato. Ed era così sciocco e incosciente essere a disagio per un passato del resto moderatamente felice, mentre lei mi moriva sotto zero e io non sapevo tirarla fuori di lì né dal suo proposito.

La neve aveva ripreso a cadere e cadeva ormai da un’ora, e i tubolari cromati e i poggiapiedi della sedia a rotelle erano qua e là infarinati di neve asciutta.

Mi risolsi ad andar via, a chiamare un’infermiera. Ma le ruote slittarono sulla salita lieve e la sedia si mise di traverso. Guardai le tracce delle ruote gommate: un battuto irregolare di neve e terra e foglie marce. Nessuna geometria promettente, nessuna presagio di salvezza. Ricordo di aver gridato, ma forse eravamo troppo lontani, probabilmente tutte le finestre di villa Rosa erano chiuse. Capii cosa intendeva quando mi parlava delle sue foglie di panico.

 

- Angela, diomio, non ci sentono.

 

Lei sorrise. Era il primo sorriso rivolto a me, proprio ai miei occhi. Non dietro a me o di fianco. E nemmeno uno sguardo qualsiasi. Proprio ed esattamente un sorriso. Un sorriso a me. Quel sorriso largo che le avevo visto su una foto, quando era con Marco, quattro anni prima.

Tolsi i freni alle ruote e la carrozzella slittò ancora. Arrivai forse a un metro da lei. Mi lasciai cadere e arrancai sui gomiti per avvicinarmi di più. Poi rotolai su un fianco e le finii sopra in modo maldestro. Mi levai la sciarpa e la feci passare intorno al suo collo. Lei bionda, la sciarpa  grigia. Tirai la sciarpa verso di me per tirarmi verso di lei. La baciai furiosamente, per la prima volta, piangendo, con le mani fredde e infangate a spostarle i capelli, a coprirla con i capelli, a proteggere le guance, la fronte dal freddo. Le sue labbra blu nascoste dentro la mia bocca rossissima. Che imbecille, le devo dare il cappotto, il mio cappotto.

 

- Aspetta che ti do il cappotto

 

Rotolai di nuovo su un fianco.

 

- Aiutami, ti prego. Aiutami a sbottonare questo cazzo di cappotto.

 

Angela rinunciò alla preziosa croce sul cuore e allungò le braccia verso di me. Ci spartimmo le maniche del cappotto e l’intero corpo del maglione, le diedi i miei guanti per i suoi piedi, le diedi la mia bocca per le sue mani, mi diede il suo sesso per il mio. Da blu divenne bianca e poi dorata e poi di fuoco. Non so lei, mai io morivo felice.

Glielo dissi.

 

Lei ancora sorrise, si prese tutto il cappotto e si mise in piedi: Ma io so camminare, disse.

 

E si allontanò con passi guantati.

 

 


tulipani | 00:35 | commenti (30)


lunedì, novembre 24, 2003



Ok, non è il mio genere

però questo camminare alfabetico stamattina mi ha sedotto.

Preso da Lettere in rete (che, a dire la verità, non ho letto per niente, e che, sempre per dire tutta la verità, usa anche lui rubandolo a qualcun altro che ho visitato per dovere di riferimento)



tulipani | 12:39 | commenti (36)


martedì, novembre 18, 2003



Non sono pura e dura

 

Non credo che una forza di polizia sia sempre sbagliata. Non credo che il lavoro sporco debba sempre farlo qualcun altro.

La situazione in Iraq è sporchissima per tutti: a partire dalla sporchissima guerra pretestuosa degli americani, dagli interessi economici in gioco, dall’ONU chiamata a ratificare soltanto a posteriori una “forza di sicurezza” già presente sul territorio iracheno.

Ora che le cose stanno in questo modo, vorrei avere la capacità di analisi di un bravo analista politico internazionale, la profonda consapevolezza culturale di uno studioso dell’Islam, la lungimiranza di un ottimo stratega militare, la prontezza e la sensibilità tattica del commissario Montalbano; vorrei avere gli occhi e l’esperienza di un dottore, di un volontario di una organizzazione umanitaria, per dire se, a questo esatto punto, alla gente che vive in Iraq serve di più un gesto simbolico (i militari italiani che se ne vanno) o una presenza, sporca fin che vogliamo, ma che possa essere localmente d’aiuto, sostenuta in patria e altrove da una forte pressione affinché cambino la politica e le condizioni di questa missione. Qual è la scelta complessivamente più utile? (utile, non buona, dico).

A proposito dell’andar via non metterei al primo posto, come preoccupazione, gli Italiani che rischiano la vita. Lo si è detto in tanti: i militari che scelgono di andare lo fanno consapevolmente, per ideali, per soldi, per carriera. Non trattiamoli da imbecilli.

A proposito del restare non metterei al primo posto la preoccupazione di dimostrare, andandomene, che il terrorismo ha vinto e che non abbiamo abbastanza coraggio, coglioni, eccetera.

Metterei in ogni caso al primo posto la preoccupazione di mettere le basi per condizioni di vita dignitose (e quindi, implicitamente, per la sopravvivenza del maggior numero di persone), per il rispetto dei diritti umani e per uno sviluppo dell’Iraq il più possibile autonomo.

Sono anch’io per il tutti a casa. Però, se invece siamo sicuri che serve in quel senso che ho detto, stiamo pure. Un conto sono gli ideali e i desideri, un conto è negoziare in condizione disperate piccole tregue, brandelli di vita normale. Un conto è parlare di guerra, e un conto è averla in casa.

A casa nostra, comunque vada, però non ce ne dovremmo dimenticare.


tulipani | 11:22 | commenti (38)


mercoledì, novembre 12, 2003



Morti vicine

Fate bene a chiudere tutti per lutto.

Facciamo bene a celebrare il valore della vita e della morte con parole e attenzioni e riti collettivi e personali. Vuol dire che da noi la vita vale ancora qualcosa. Sono morti vicine queste. Terribili morti vicine.

Io, oggi, non sono più scossa di quando l’esercito israeliano fa strage di civili, o di quando un attentato ammazza decine di ebrei in Israele, o di quando le bombe americane si abbattono sui centri abitati degli stati “canaglia”, o di quando centinaia di innocenti muoiono o vengono ammazzati per fame, rabbia, impotenza, imperizia, povertà o petrolio da qualche parte nel mondo.

Però, ripeto, meglio celebrare un lutto nazionale che nessun lutto.

Metto qui un po' di link, tra quelli che sto visitando.

Informazione:

Analisi:

Volevo mettere due cose della Repubblica di ieri (15 novembre). Una era un'opinione di Sofri, e l'altra un'intervista al generale Angioni. Ma non riesco a trovarli in rete.)

Periferie d'autore:


tulipani | 13:54 | commenti (25)


martedì, novembre 11, 2003



Ieri sera ho visto Kill Bill

[ke bell]

In Kill Bill vol. 1 ci sono tante spade samurai, bel sangue, bellissimo sangue, rosso, granata, amaranto, viola, anche nero nel pezzo in bianco e nero, sangue anche dentro un cartone animato tipogiapponese che mi sono anche un po’ incazzata perché mi veniva da commuovermi per una ragazzina disegnata, nonostante tutti quegli spigoli e fissità nei movimenti e occhi grandi e inespressivi, con la sua lacrimuccia che spunta su una faccia immobile (non sono cresciuta a cartoni giapponesi io, quelli lì dove corrono sempre uguale e gli si muove sempre uguale dietro lo sfondo).

Allestimento per una vendetta, ricca, sovraddobbata, fastosa. Non ci vogliamo far mancar niente. Donne bellissime che picchiano come dio le manda. L’anima della protagonista (nome oscurato da un bip già alla prima uccisione), ma forse più il viso, è una selce affilata. Mi sono piaciuti i piedi in primo piano di bip, quando doveva convincere le dita a muoversi dopo quattro anni di coma; mi sono piaciute la scarpe da ginnastica e la tuta da motociclista di bip mentre ammazzava l’esercito personale di O-Ren Ishii/Cottonmouth (una delle donne della Squadra Assassina delle Vipere Mortali) con un ferro che gli ha costruito su misura Hattori Hanzo per la vendetta; mi sono piaciuti i piedi di O-Ren Ishii/Cottonmouth, quando ha abbandonato le infradito giapponesi (zori) ed è rimasta in calzini (tabi) per cominciare il suo ultimo duello sulla neve.

Mi è piaciuto il poliziotto che avvicinandosi alla sposa pestata e ammazzata ha detto guarda che cos’hanno fatto a questo angelo del paradiso e poi, quando la sposa gli ha sputato in faccia, ha detto è viva questa troia succhiacazzi.

All’inizio c’era il pezzo che fa avevamo quindici anni, correvamo sui cavalli, io e lei contro gli indiani eravamo due cauboi beng beng. Ma in inglese.

Insomma, bello. Però a puntate. A puntate anche tu, Quentin. Ne ho abbastanza dei film a puntate, Quentin. Lo dico anche per te. Quando andrò a vedere Kill Bill vol. 2, magari poi me lo figuro come la continuazione di Matrix reloaded, o del Signore degli anelli, o un altro pezzo della storia del jazz del progetto Scorsese. Quentin, capisci anche tu che l’integrità della tua produzione artistica andrebbe a farsi fottere, così. Insomma, fammi anche pagare 8 euro invece di 4 (tariffa del lunedì), ma dammi una cosa intera, che io possa parlarne bene anche ai miei amici, che è tutta gente che non sembra ma poi ti viene al cine, Quentin.


tulipani | 11:24 | commenti (22)


sabato, novembre 08, 2003



Oggi non amo nessuno

 

Oggi sono ossessionata da questo pensiero di disamore. Una landa desolata e piatta. Nervosa e ventosa, ma nemmeno un albero che si frapponga, nemmeno un ramo che dondoli, una foglia che cada. Uno zero bucato liscio viscido e livido.
Un sabato del cazzo, che anche novembre, in confronto, pare mese fertile e ricco di spunti. Il segreto è fermarsi, lasciar riposare, riposarsi. E invece mi incaponisco, mi espongo, butto e cancello e perdo e disperdo ogni cosa. Che anche questo pensiero si incendi, che anche questo post si consumi e si smembri, che venga frainteso, trascurato, letto una parola sì e una no, letto a rovescio, cancellato per sbaglio, abbandonato. Vattene un po’ affanculo in questa rete, e vediamo se sei capace di ritornare.


tulipani | 21:11 | commenti (17)


venerdì, novembre 07, 2003



Dovesse esserci il sold-out nei tepee.

TheInfiniteJest | 22:43 | commenti (8)



L'igloo blu

Io dico che qui succederanno le peggio cose.
Meglio tenere tutto segreto.



tulipani | 11:00 | commenti (24)



Il tepee rosso

Gettonatissimo, ma deserto.
Se fosse un accampamento d'azzardo punterei comunque su di lui.




tulipani | 10:59 | commenti (16)



La canadese gialla

Per ora ci si dorme.
Dicono in giro che non sia così facile andarsene.
Ma è tutto ancora da vedere.

Bacheca

SABATO 8 NOVEMBRE

La meditazione delle 5:30 è stata spostata al Teatro Greco per mancanza di spazio.

Riuscitissima la lezione delle 6:00 sul performativo, andata in onda sotto le coperte. L'organizzazione si scusa per la mancanza di servizi audio e video dovuta a inconvenienti tecnici.




tulipani | 10:59 | commenti (12)



Accampamento

Siccome non ho voglia di scrivere ma mi garba chiacchierare, siccome quel messaggio di eventuale benvenuto qui sotto non si merita oggettivamente tutti quei commenti e mi vergogno di lasciarlo lì in piedi da quasi una settimana, ho deciso di montare qui tra pochissimo tre tende: una gialla, una rossa, una blu. Così chi ha voglia occupa una tenda e chiacchiera di quello che gli pare. Metteremo dei cartelli che si veda anche da fuori che cosa sta succedendo dentro (magari non dicendo proprio tutto tutto tutto quel che succede, sempre per via dei miei amici in giro). Vale anche rompere i coglioni, saltare da una tenda all'altra e buttar giù tutto.


tulipani | 10:56 | commenti


domenica, novembre 02, 2003



Messaggio di eventuale benvenuto
(Sto rischiando grosso)

Premessa: alcuni amici amici (nonblogger nonblogger) mi hanno estorto l'indirizzo di questa pagina.

Cari amici amici, se per caso avete tenuto a memoria l'indirizzo che mi sono ben guardata di darvi per iscritto, se per caso avete pensato toh, che caspita (in questo blog non dico mai "cazzo") faccio stasera? vado a vedere quelle stupidaggini (nemmeno "stronzate", avete notato?) che scrive M. Ecco, se oltre ad averlo pensato l'avete anche fatto, sappiate che ne sono felice e sono anche un po' emozionata perché di sicuro sarete cascati nella trappola che vi ho teso: quella di darvi a bere che sto qui a cazzeggiare quasi tutti i giorni, che intrattengo relazioni lubriche con i miei simili (blogger, intendo), di sesso opposto o anche uguale, che sono incline all'esibizionismo, al turpiloquio e che mi diletto a fare grossolani esperimenti di scrittura. In realtà è tutto falso, chiedete pure in giro a questa manica di miei dissimili: ho subappaltato questo spazio tanto per poter dire in giro ce l'ho anch'io la pagina web. Io entro solo qualche volta, leggo, storco il naso per lo più, chiudo e mi metto a scrivere relazioni tecniche rigorosamente offline.

Siamo seri: vi pare che questa possa essere io? Vogliamo rovinare una serena amicizia per un peccato veniale di vanità?
Cioè, raga', se non facevate finta di essere interessati, io sto link non ve lo davo e si stava tutti più tranquilli, no?




tulipani | 22:34 | commenti (75)