Affinamenti successivi


venerdì, luglio 04, 2008



TREBÒT

Il letto le regge i pensieri più grevi. E' una cosa darwiniana. Chi ha i pensieri grevi di giorno prima o poi muore giovane e chiude lì la sua discendenza e così si estingue la razza. La maggioranza delle donne e degli uomini dunque ha i pensieri grevi di notte, tenuti su da reti ortopediche, i più fortunati.

Mentre il letto le regge dunque i pensieri più grevi, l'aria è tutta morta intorno e una goccia di sudore dell'angelo le incide ritmicamente la fronte creando una rete di canalette erosive. A forma di rughe, per capirci. Se non vuoi le rughe devi cacciare l'angelo e invitare il diavolo, che lui non suda nemmeno all'inferno, figurati in una qualsiasi notte di fine giugno, ancorché di bruciante lamiera.

A questo punto, non si sa né come né perché, si riaddormenta come un impasto molle ed elastico a forma di mucca disarticolata, lasciando tutto in sospeso, che dà anche un po' fastidio.


tulipani | 09:54 | commenti (21)


venerdì, febbraio 29, 2008



VADE RETRO GOOGLE ADSENSE!

Ho letto che piazzano i banner sui blog inattivi da sei mesi. Ora, con sto post, dovrebbe sparire tutto e io dovrei tornare a posto per un altro mezzo anno.

(non è esattamente il tipo di post con il quale mi immaginavo di rompere il silenzio, ma pazienza)


tulipani | 15:16 | commenti (26)


venerdì, agosto 24, 2007



M.P. e il senso della vita


M.P. certe volte se lo sentiva che il senso della vita era lì lì per rivelarlesi. Si era trovata sulla soglia del mistero dell’uomo finito gettato nell’universo non si sa bene a che pro e per il divertimento di chi almeno una mezza dozzina di volte. Di solito accadeva quando il tempo meteorologico non era proprio bellissimo: anzi, il presentimento prendeva consistenza preferibilmente con una certa percentuale di umidità nell’aria. Ma non afa, attenzione. Bisognava che l’umidità fosse accompagnata da almeno un sospiro di brezza, e ci voleva almeno una pianta, intesa come vegetale, entro il suo raggio visivo. Meglio se con una o più gocce d’acqua appoggiate o pendule su foglie lanceolate, dal margine liscio, penninervie, picciolate, semplici. Ma non tipo oleandro: molto più piccole e cedevoli. Molto probabilmente ci sarà stato un nesso anche con l’oroscopo della settimana o del giorno, ma usare l’oroscopo come chiave per scardinare il mistero del senso della vita le era sempre sembrato una petizione di principio, e quindi la regolarità nella ricorrenza delle congiunzioni astrali, ammesso che ci fosse stata, M.P. non si è mai degnata di registrarla come fenomeno scientifico.
Caratteristica comune, sul piano della percezione, era un senso di nausea improvviso. Non esattamente una nausea da mal di mare o mal d’auto, e nemmeno da eccessivo ingerimento di cibo o da postumi di sbronza. Piuttosto una nausea da primo trimestre di gravidanza. Una nausea gravida di promesse, una nausea che allarga lo stomaco, e l’anima in esso contenuta, fino a ricoprire lo sterno, l’inguine, le braccia e le gambe e a debordare anche un po’ sul sofà; fino a modificare consistenza e funzionamento di bocca naso occhi orecchie. Tant’è che una volta le era sembrato di ruminare un’aiuola di viole del pensiero; un’altra di farsi una pista di curry tagliato con troppo gelsomino; un’altra ancora di sentire dei laziali burini parlare di calcio; e infine, stando a quel che si ricorda anche sua madre, di aver visto un angelo rosa e azzurro, alto un tavolo o poco più. Il tatto non era il suo forte, ma contava, prima o poi, di averci anche lì una qualche percezione da registrare come fenomeno scientifico.
Il problema della soglia della rivelazione non sta nel fatto che essa (la soglia) sia difficile da raggiungere (informatici, giornalisti, bibliotecari, docenti, imprenditori, studenti, nullafacenti, smanettatori, portaborse, economisti, medici, poeti, pr e br le avevano raccontato di averlo fatto in scioltezza anche più di una volta); il problema, dicevamo, è che la soglia rimane aperta soltanto il tempo che tu resisti lì, sotto i flash degli ø¤≈œ, senza batter ciglio, e con l’aggravante della nausea. Ed è un tempo nanomicrocentellinare anche per i campioni di fondo nella disciplina dello sgranamento oculare. E comunque si tratta di una specialità pericolosissima, che fa più morti del sabato sera, della follia omicida di fidanzati e mariti (ed ex fidanzati e ex mariti), e del base jump.
“Esiste una buona evidenza sperimentale che ci permette di ipotizzare una significativa correlazione tra il tempo trascorso a occhi spalancati e il decesso di un individuo. Infatti, nella maggior parte casi da me esaminati (direttamente in famiglia o in ricostruzioni cinematografiche molto rigorose), i morti mostravano l’occhio sbarrato. Pare inoltre che spesso nemmeno un repentino intervento di soccorso a chiudere le palpebre sia in grado di riportare l’organismo alle consuete funzioni vitali”. M.P. concluse con questa annotazione la relazione scientifica sul fenomeno scientifico della rivelazione del senso della vita e decise di abbandonare ogni successiva ricerca scientifica sull’argomento, pensando che la scienza non è poi così inutile se riesce almeno a dissuaderti da comportamenti troppo imprudenti.

tulipani | 12:25 | commenti (46)


lunedì, giugno 11, 2007



Fermare i cervelli in fuga
 
Nel palazzo dei mèntori, in ogni spazio lasciato libero dall’arredo, dalle macchine e dalle cianfrusaglie crescono stalattiti e stalagmiti gommose color verde rospo semiopaco, digradante al giallo rospo ambrato là dove la materia gommosa s’assottiglia.
Appena entri sei immerso nei vapori ritmati della sala macchine, dove stamattina echeggiano boati assordanti di eruzioni moka accompagnati da fiammate al cardamomo. E poi il pulsare del maglio e il tintinnare dei mestoli.
Attraversando un corridoio sopraelevato pavimentato a scacchi (mattonelle di acido Jaluronico solidificato a freddo alternate a mattonelle di diossido di titanio saldato a piombo), si raggiunge la sala Libagioni, normalmente chiusa a sette mandate, ma aperta oggi al selezionatissimo pubblico di discepoli ed ex discepoli per celebrare il successo di André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, che giusto l’altroieri, al MIT, hanno acceso una lampadina a distanza, senza fili, senza pile e senza barare, e hanno pure scritto un bell'articolo su Science.
Quasi a replicare la parabola del figliol prodigo (che però nessuno dei presenti conosce – a parte Oreste Lomonaco, il decano – per via della separazione precoce dei curriculum formativi), si è allestito un sontuoso campo magnetico degno di un banchetto nuziale, roba che al MIT se lo sognano, commentava Oreste tra sé e sé, consapevole della perfidia della trovata.
Sul tavolo di ferro e formica, scenograficamente isolato contro uno sfondo di lenzuola bianche intonse, sono allineati 43 calici assolutamente identici, anche per quanto riguarda peso atomico e induttanza pissile.
- In onore dei nostri ragazzi, dei nostri monelli di un tempo, che oggi sono stati così magnanimi - e sottolinea magnanimi con un tratto di dispetto – da farci visita, propongo oggi una riedizione di lusso dell’Indovinovino, una delle nostre più nobili ricreazioni che tante volte abbiamo svolto in cantina per ingannare il tempo nei pomeriggi assolati. Ricordate?
La voce di Oreste si disgrega in una frattura nostalgica in prossimità del punto interrogativo, ma in una manciata di nanosecondi riprende forma e conclude: - Si dia inizio al trastullo!
La notizia getta molti dei presenti nel panico. Altri ridacchiano imbarazzati. Sono pochissimi quelli che gongolano (seppure furtivamente), immaginando la gloria di una nuova vittoria.
- Vi ricordo le regole: 5 sorsi per indovinare nome e annata, e descrivere il bouquet senza dire bouquet, violetta, fermo, pesca, retrogusto, bruno, terroso, rotondo, paglierino, robusto, tramonto, aristocratico, complesso, legno, sottobosco, frutta matura, melato, piccante, spiritoso, asciutto, allegro, selvaggina, rosa antico, rubino, vivace, foglie, castagna, erbaceo, speziato, tannico, equilibrato, persistente, abboccato, limaccioso, e tutte le altre parole che sono già state dette finora nella storia dell’Indovinovino.
I 43 calici vengono riempiti da un barman acrobatico in livrea metal che maneggia con insospettabile devota delicatezza una quindicina tra beute e becher effondenti effluvi alcolici. Tutti sorseggiano, controllati da un misuratore sismico a vetro sensibilissimo, inserito nel gambo del calice (qualcuno potrebbe barare, e fare sei o addirittura più sorsi).
Inizia a parlare Leandro Solicito, il più diligente:
- Ruchè, 2004, forte (oooh, ma come? Nessuno aveva ancora detto forte? No, nessuno. Eh, lui ha una memoria di ferro, e poi prende sempre appunti), vigoroso (ma pensa!), ruvido al palato, si addolcisce in un’ottomana di mirtilli prima di essere deglutito. Ottimo per accompagnare i dolci.
Un po’ didascalico ma bravo.
Tocca a Franz Capioca, l’irriverente:
- Bonarda, 2006. E ora il mazzo (ooooh!): scapestrata puttana frizzante, rossetto da labbra, ti penetra senza smussarsi, si allappa danzando al velopendulo. Perfetta per accompagnare il letto.
Un po’ sopra le righe ma bravo.
Tocca ad André Kurs, uno dei festeggiati. Tossisce come per schiarirsi la voce e tutti si voltano rispettosi (e festeggianti). Ma André si accascia di botto, un sol colpo di teatro all’unisono con Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher e Marin Soljacic. (oooooooh!).
Oreste invita gli invitati a mantenere la calma, e perlustra sornione i sei cadaveri. Con il rivelatore di vinile fossile è uno scherzo trovargli addosso il registratore di pensieri. Come immaginavo - pensa il decano, in fondo orgoglioso della valentia di questi suoi discepoli troppo intraprendenti - sei registrazioni identiche e impeccabili, risalenti, secondo più secondo meno, a due minuti fa.
Batte le mani:
- Signori, silenzio, vi prego. Un momento di attenzione, il gioco continua. Tocca ad André Kurs, Aristeidis Karalis, Robert Moffatt, J. D. Joannopoulos, Peter Fisher, Marin Soljacic, i primi della classe di sempre.
E poi, leggendo da una delle sei registrazioni identiche:
- Pioggia acida, 1986. Particolato di ddt in mantecato arsenicoamiantifero. Asfittico, ronzante di vespe, si evolve in un sospetto di cicuta in concentrazione 0,17. Perfetto per accompagnare una vendetta.

tulipani | 15:34 | commenti (39)


giovedì, giugno 07, 2007



Canzone di notte numero 13
(contro il freddo, il mal di pancia, il mal di testa e la paura)

Non appena aprì le imposte
- giusto uno spiraglio -
fu assalita da un dubbio
- animale rapace, notturno
laconico, fulmineo.

La ferì con lo sguardo, e
la beccò alla base del collo, poi
entrò schiamazzando le ali e
frastuonando la stanza.

Capovolse la branda,
frantumò una collezione
di uccelletti di ceramica e vetro,
defecò, ruttò, si grattò le piume
con un artiglio e se lo pulì nel becco.

Si acquattò in posizione d'attacco.
Da gatto.


tulipani | 09:13 | commenti (22)


lunedì, maggio 21, 2007



Tutti questi libri intorno mi disorientano, per non parlare degli hot dog
 
La scorsa settimana si è concluso nella mia città il Salone di un libro, kermesse per lettori analitici. La manifestazione quest’anno si intitolava Aliti recintati, e francamente più di uno si è chiesto che cosa volesse dire. Però, siccome una volta entrati le cose da fare erano tante e parecchio impegnative, alla fine tutti si sono dimenticati di chiedere agli organizzatori l’origine del titolo.
All’evento quest’anno hanno partecipato, uno alla volta, trentadue visitatori (dati della questura, ma quelli del backstage rivendicano numeri a una sola cifra), selezionati fra un pubblico di lettori di livello avanzato rotti a qualsiasi esperienza ermeneutica.
Ora si dà il caso che io sia potuta entrare al posto di uno di questi superlettori. Nessun inciucio: ho semplicemente rinvenuto sul marciapiede di via S. Antonio un invito presumibilmente smarrito da una certa Zigrida Latvijas e ne ho approfittato (tra parentesi mi sono anche messa a sorridere tra me e me dicendomi che S.Antonio con i lettoni funziona un po’ al contrario, che invece di fargli trovare la roba gliela fa perdere).
L’invito era per le 6.49 di mattina di venerdì 11 maggio, in un box auto in Barriera di Milano (luogo dell’evento), con possibilità di parcheggio gratuito nel cortile del Lidl adiacente. Non sto qui a raccontarvi di come la città sia fresca e deserta e ancor più bella a quell’ora, e di quanto ti faccia pensare che puoi cambiare tutta la tua vita proprio a partire da oggi, basta volerlo e smetterla di dormire. Insomma, uno arriva dopo questo viaggio iniziatico e parcheggia con un’ampia e regale sterzata in un cortile deserto a parte una manciata di piccioni e una di centroafricani che ancora riposano (chi sulle due panchine, chi in terra). All’ingresso del box, ti accoglie amichevolmente uno stewart in abiti informali. Per la precisione: giacca da meccanico, pantaloni da pasticcere, grembiule da fabbro. Probabilmente per sottolineare il fatto che il lettore è anche lui un po’ un artigiano e plasma e modella e costruisce, e di pensione, se mai ci arriverà, prenderà una miseria.
Nel piccolo antibox, a cui si accede una volta che sia stata sollevata la pesante saracinesca sulla quale è riportata la scritta Aliti recintati in vernice spray, ti viene chiesto di spogliarti completamente e di spegnere il cellullare. Via anche la catenina e gli orecchini, se li porti. Poi, finalmente, lo stewart ti accompagna nel locale principale, totalmente buio, tranne che per un raggio di luce che filtra dal soffitto incrinato e raggiunge preciso la copertina del volume presentato quest’anno: Colfiorito: un parco per il tarabuso. In quest’atmosfera raccolta, in questo recinto meditativo alitato da un grande ventilatore a soffitto, un esegeta simpatico e con la voce di De Andrè ti intrattiene due giorni esatti e ti racconta di come il volume abbia 110 pagine, sia alto 27 centimetri, pesi 476 grammi, e di come l’autore (anche delle immagini) Giulio Cagnucci abbia una volta bruciato per errore nel camino la lista della spesa che la vicina aveva dimenticato dentro a un  vecchio numero dell'Espresso che gli aveva riportato dopo averlo tenuto in prestito per qualche giorno. Questo oltre ad altri infiniti e interessanti dettagli della sua vita privata che hanno avuto influenza nel determinare i suoi interessi e la sua cifra stilistica. Le 110 pagine scorrono veloci, nonostante si analizzino tutti i periodi e si mettano i puntini su tutte le i, ed è così grande la passione che ti si sprigiona dentro che già ben prima di arrivare a metà dell’esperienza provi un desiderio irrefrenabile di sposarti (o almeno di congiungerti carnalmente) con Cagnucci, di trasferirti in una palafitta a Colfiorito e di mangiarti un tarabuso. Naturalmente mangiare in senso affettivo, perché la possibilità di mangiare veramente nemmeno ti sfiora il pensiero, visto il rapimento.
Quando vai via, la maggior parte delle volte ritrovi catenina, vestiti e orecchini, ma è lo stewart a rincorrerti per farteli indossare, perché normalmente tu arrivi alla macchina ancora nudo, sfogliando avidamente il libro che hai comprato, leggendo e rileggendo capoversi particolarmente spassosi o polisemici. Al centroafricano che si sveglia e ti fa un cenno, regali sorridendo il telefonino ancora spento.
 

tulipani | 10:51 | commenti (32)


venerdì, aprile 20, 2007



Uno dei due

A parte la memoria che proprio non mi sostiene, anche la mia capacità logica ogni tanto mi lascia perplessa. Tipo che se non mi sorveglio continuamente magari sbaglio un’addizione, inverto un sillogismo, confondo una causa con un affetto, da un cumulo di stracci invento un gatto morto, uso la speranza invece del calcolo delle probabilità. Faccio anche fatica a  processare quelle frasi piene di non, perché dopo due volte che rivolto l’universo (sia pure micro) comincio a perdere della roba e alcuni fili si attorcigliano. Potrebbe essere anche una cosa psicoideologica (dice la Giusy), che non ti garba la negazione in quanto evoca l’idea di divieto, la quale a sua volta induce repulsione per questa sporca società capitalistica autoritaria che reprime ogni pulsione libertaria. Ma non voglio entrare nel merito della questione e aprire il dibattito qui in questa sedia. Piuttosto mi preme allertare quelli che come me manifestano forme di sbandamento consequenziale. Bene, questi qui stiano molto attenti, perché c’è in circolazione un messaggio promozionale radiofonico molto pericoloso, che inizia con un dialogo più o meno così:
 
A: Lo sai che un italiano su due ha problemi di colesterolo?
B: Io sono uno dei due!
A: Ah! Allora compra il pane taldeitali, a basso contenuto di bla bla bla eccetera
 
Dunque, io l’ho sentito un’ora fa, e sono ancora qui che mi misuro con questi A e B, con la loro esemplare conduzione del ragionamento, e non mi sento all’altezza. Insomma, invidio la pragmatica prontezza informativa di B e la perentoria potenza inferenziale di A.
 
Per fortuna la memoria non mi sostiene, perché se mi ricordavo il nome ero già uscita a comprare quel pane taldeitali.

tulipani | 09:52 | commenti (42)


giovedì, marzo 15, 2007



Sorprese sott’acqua
 
Qualche giorno fa ho visto un filmetto. Un filmetto che non rischierà mai di essere citato fra le cento cose che ti porteresti su un’isola deserta, tra i 25 migliori film della tua vita, tra i dvd che ruberesti al tuo migliore amico. Però, nel suo piccolo, mi ha smontato tutto un orizzonte di attese.
L’ex criminale inglese (Gal), che si è ritirato a vita privata in una villa spagnola con piscina, ha quell’età, quella pinguedine e quell’oro addosso tipici del boss, del pappone o comunque del play boy tutto grana e volgarità. E invece è un delicato e appassionato e innamorato amante della propria moglie. Bella, affascinante, gran classe. Innamorata anche lei, taglia 48, ex pornodiva.
Ora, questo ex criminale viene quasi raggiunto da un enorme masso che si stacca dalla montagna e gli cade in piscina, e poi completamente raggiunto da un vecchio amico (Don), un folle procacciatore di affari criminosi, che lo vuole convincere a partecipare a una rapina subacquea a una stanza blindata piena di cassette di sicurezza.
Gal non ne vorrebbe sapere. Don è arrogante, squilibrato, escandescente. Piscia fuori del water con compiaciuta insolenza anche se nessuno lo sta a guardare. Sempre mentre nessuno lo guarda, si fa gran discorsi allo specchio, dai quali riemerge umiliato e compresso come una molla rancorosa. Gal regge l’assalto con pacata e rassegnata resistenza, mentre tu pensi a chi mai vorrebbe, in una banda tutta azione e adrenalina, questo maturo pacifico edonista sovrappeso, incapace di mettere insieme una reazione di dignitosa ribellione alle prevaricazioni isteriche di Don.
Com’è come non è (non posso spiegarvi di più, nel caso voleste vedere il film), Gal si troverà costretto ad andarci, a questa rapina, e farà tutte le perforazioni del caso, per giunta sott’acqua, come un navigato Bruce Willis col magone. Ecco, questa rapina che poteva durare tutto un film dura appena una manciata di minuti, e tu pensi guarda che scialo, guarda che lusso questa storia può permettersi. Persino un minaccioso e vendicativo coniglio gigante (in stile Donnie Darko? mah, non me lo ricordo più così bene) che incarna nei sogni il senso di colpa di Gal, anche se in quella battuta di caccia non è stato lui a sparare.
L’ultima cosa che mi ricordo è un paio di orecchini e una chiacchiera circa una lozione che ti permette di arrestare la crescita dei capelli.

tulipani | 09:22 | commenti (33)


venerdì, marzo 02, 2007



Una messa che non ho fatto dire
 
Se avessi la possibilità di amarti, non sarei schizzinosa. Non lo sono nel cibo, figurarsi se mi spaventa un corpo. Ogni tanto mi viene in mente quella cosa delle prostitute riconvertite a badanti, con annessa la teoria della familiarità con la carne e l’attitudine alla manipolazione dell’altro. Ecco, pur non avendo così precedenti così specifici, posso comunque vantare una certa intimità con la malattia e la morte. L’ho scritto anche nel curriculum che ti ho spedito, spero di non averti messo a disagio.
Esattamente diciotto anni fa moriva mia madre, e la sua mano, fra le mie, diventava bianchissima. A partire dalle dita, come certo uno si immagina, però in frettissima, davvero molto in fretta. E tu ci provi comunque, e disperatamente, a tenerla in vita riscaldando le mani. Del resto sono settimane che puoi soltanto occuparti dei sintomi.
Credo che l’amore sia un po’ così: occuparsi dei sintomi. Ti toglierei via la polvere da un polpaccio, asciugherei il sudore fra i tuoi peli, leccherei una lacrima, ti terrei la fronte mentre vomiti, aspetterei che tutto torni nomale contando i battiti del tuo cuore.

tulipani | 17:57 | commenti (20)


martedì, febbraio 20, 2007



Non chiedetemi perec
 
Finalmente svelate le origini fraudolente (è proprio il caso di dirlo) della puzza condominiale - con pericolose escursioni comprensoriali - in via Canonico Tancredi 19, Torino, zona Barca-Bertolla. Chi si fosse perso l’articolo della Stampa a firma di M. Per. nella cronaca cittadina di oggi, può trovare qui l’elenco dei responsabili, per confrontarlo con quello dei sospetti che ciascuno certo si è prefigurato un po’ in cuor suo, un po’ dissertando sul pianerottolo e in ascensore. Giù nei box era invece impossibile aprir bocca sia perché in apnea si va via rapidi e silenziosi, sia per tutto quel via vai di corrieri neocomunitari, sicuramente armati.
Orbene, nel garage al quale i facinorosi accorrevano e dal quale si dipartivano a frotte, i vigili urbani hanno rinvenuto un arsenale di alimenti andati a male, stoccati per essere rivenduti: 5 bidoni da 150 kg ciascuno di cavoli, 264 confezioni di barbabietole, 354 confezioni di rafano, 648 confezioni di giardiniera e 336 di peperoni, 132 scatole di pomodori verdi, 420 di foglie di vite, 184 barattoli di pomodori pelati, 26 costine di maiale, 10 cassette di carne sottovuoto, 104 confezioni di formaggio, 23 cassette di carne di maiale, 4 cassette di lardo, 7 prosciutti crudi, 34 cassette di salame e salsiccia, 840 scatole di uova di pesce. Ecco, io scommetto che le foglie di vite non le aveva indovinate nessuno. O perlomeno non tutte le 420 scatole.

tulipani | 16:35 | commenti (17)